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Il mondo degli sport da combattimento

Bruno Campiglia, “The Rock”. Un maestro di Kickboxing si racconta

di: Antonio Riccio

Bruno Campiglia, maestro di Full Contact e Kick Boxing è stato un grande combattente di questa disciplina; questa esperienza guerriera è il cuore della sua narrazione: aperta, coraggiosa e generosa, che sollecita una restituzione sensibile e partecipe, pur nella (difficile) distanza riflessiva che ho cercato di mantenere come antropologo interessato a comprendere la storia personale e sociale di un campione di Kick Boxing del nostro tempo.

Che cos’è la Kick Boxing? Kick Boxing o Full Contact, com’era chiamata al suo esordio, sono più espressioni di “mode” linguistiche che distinte forme di arti marziali. Sono trascorsi “solo” quarant’’anni dalla nascita di questi mixing marziali contemporanei ma sembrano di più; quasi un’ altro mondo rispetto all’esordio mitico, come racconterà Bruno Campiglia, che ne è stato uno dei protagonisti.

Bruno CampigliaL’intervista evoca – tra molte altre cose - un’epica (oltre che un’epoca) eroica di pionierismo e di trasformazione di discipline c.d. tradizionali orientali in “traduzioni” marziali non più occidentali nè orientali ma globali e contemporanee; un mixing di successo del nostro tempo che gli antropologi chiamerebbero sincretico. La Kick è infatti la traduzione agonistica e sportiva di un mix di pugilato occidentale (boxing) con tecniche di calci (kick) di derivazione orientale. Mutua tecniche dalla boxe come dal karate e dalla boxe thailandese; conserva nella pratica alcuni aspetti del karate (come le cinture, i gradi, gli esami, le tecniche) ma “contaminati” da elementi occidentali quali i guanti, le protezioni, il combattimento sportivo, i round, il ring e la matrice competitiva ed agonistica. Bruno Campiglia è stato un campione precoce di Kick Boxing ed un artista marziale eccellente. Questo percorso non programmato, come lo chiama, lo porterà da una infanzia, anche difficile, ad apprendere e praticare il karate con un maestro verso il quale si avverte ancora la stima e l’affetto, come verso questa disciplina che resta la grande passione della sua vita; anche dopo il passaggio al full contact ed alla kick boxing ed il raggiungimento del titolo di campione mondiale, con un medagliere da grande società sportiva. Bruno racconta di sé e del mondo della Kick con proprietà di linguaggio e capacità narrativa, che non cancellano peraltro la sua schietta ed autentica parlata romana nella quale senti il maestro; un artista anche espressivo ed un educatore oltre che un “leader strumentale” (cioè un tecnico, l’“esperto del fare”). Certamente è un maestro chi sa dire la verità e che sa dire di no. Ad ambizioni, sogni, fantasie, narcisismi e protagonismi individuali. E’ un maestro che non si celebra, non si propone, ma si comporta da maestro: con l’azione, la responsabilità, la capacità di affrontare coraggiosamente le sfide, anche ordinarie e quotidiane della vita, crisi e dolori incluse. L’immagine che vorrei restituire di questa intervista al Maestro Bruno Campiglia, è un’immagine “fuori campo” (non ripresa). Mentre stavo per uscire dalla palestra mi chiama; si affaccia alla porta di una sala e mi mostra con orgoglio una dozzina di ragazzi dagli otto ai quindici anni, con la loro tenuta ed i guantoni alle mani, che fissano attenti lui e, curiosi, me. Me li presenta con occhi che brillano: sono “il turno dei bambini”: il vivaio che cura amorevolmente come promesse per il futuro di una Kick Boxing forse non professionista ma sicuramente marziale; una risorsa preziosa per formare persone in progress, aiutare le giovani generazioni ad una crescita consapevole e coraggiosa della quale sembra esserci più che mai bisogno contro un inverno dello spirito – per parafrasare Marguerite Yourcenar- che Bruno Campiglia vede sopraggiungere e contro il quale non teme – ancora una volta - di lottare1.

 


1L’aforisma di Marguerite Yourcenar com’è noto dice: «Fondare biblioteche è un po’ come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire». Trovo qualche illuminante associazione con l’espressione di Campiglia di “fare vivaio, far crescere delle persone, lavorare sulla tecnica”, più che fabbricare campioni; cioè preparare uomini e donne con qualità morali più che attori da performances, spesso anche false ed effimere.

 


il percorso morale di un artista marziale

 

l’arte marziale è una questione d’ interpretazione

bruno-s..il grande inganno che si compie quando si dice “arti marziali” è di pensare solo alle arti orientali tradizionali; il judo, il karate, il ju jutsu, l’aikido, il kung fu, il Tae Kwon Do, il Viet Vo Dao; invece l’arte marziale può essere anche uno sport occidentale; la boxe è un’arte marziale. Però trovi maestri di pugilato che propendono per la nobile arte e altri finalizzati soltanto all’agonismo, per cui tutto l’aspetto morale, interiore, anche tecnico, è mortificato. Il karate è stato completamente stravolto per raggiungere un sogno, una chimera che non si è realizzata: l’Olimpiade. C’è arrivato il Tae Kwon Do; ma se tu vedi il Tae Kwon Do di dieci anni fa rimani avvilito dalla pochezza del Tae kwon do di oggi. C’è una competizione sfrenata a dimostrare qual è lo sport di combattimento più efficace. Se Sugar Ray Leonard avesse fatto Kung Fu sarebbe diventato più grande di Bruce Lee; come Hagler o Tyson, se avesse avuto una dimensione morale…

per non stare per strada

Un ragazzo che prepari a fare sport estremi, dove si corre il rischio di restare deturpati permanentemente, dove il fisico resta danneggiato inevitabilmente, devi farlo diventare cosciente dei rischi che corre; fargli capire che a 35 anni finisci una carriera. A 30 anni, 40 rarissimamente; poi ti trovi difficoltà magari anche motorie nella vita di tutti i giorni; non puoi nemmeno lavorare in fabbrica. Il maestro è quello che ti fa montare sul tatami, sul ring, nella gabbia, qualsiasi cosa sia, cosciente; consapevole

Io ho iniziato il karate da bambino… Erano gli anni 70, il mio maestro era vice-campione del mondo di karate, una persona particolare che mi stà vicino ancora (con composta emozione) e che posso considerare un maestro pur non essendo più praticante a tempo pieno, oggi neanche insegna, ufficialmente. Vivevo a Ponte Mammolo, San Basilio, quindi zone calde insomma, e si andava in palestra pè nò stà per strada. E quindi andavo in palestra; finisco le scuole medie che ero bravino, rimango con il mio maestro a fare da aiutante cò il turno dei più piccoli; poi inizio la carriera agonistica, mentre finivo gli studi ed iniziavo a lavorare. Ed intanto mi allenavo, praticavo.

per rabbia

Mi sembrava assurdo vedere persone che vincevano perché fingevano di essere state toccate duramente quando non era vero, perché se un peso massimo del karate prende un calcio, se anche chi ha toccato non doveva toccare, l’arbitro lo vede e il punto non glielo dà. Però, uno che si butta per terra…; queste simulazioni poco dignitose…(con amarezza)2.

Subisco delle frodi arbitrali nel karate e così, alla prima occasione che capita, di andare a fare una competizione di full-contact, dalla rabbia ci vado. Ma neanche tanto preparato, perché comunque io rimanevo un karateka che ogni tanto provava i guantoni. Vado a fare full-contact e la prima gara la vinco! probabilmente avevo incanalato una serie di situazioni rabbiose in qualcosa di ben definito…


2il tono sembra indicare un punto di tensione: si intuisce un passato di ingiustizie “giocate” su un “blasone” implicito di “violenza” attribuitagli per l’aspetto fisico; una sorta di razzismo d’immagine (o se volete, di pregiudizio estetico, attribuitogli anche per invidie sportive, quelle miserie sociali purtroppo assai diffuse anche nel mondo cavalleresco sportivo. E non solo; forse anche nella vita civile, come Bruno evocherà più avanti, quando parlerà della consapevolezza di essere uno che, comunque, mette paura; per cui una parola offensiva o dura di un altro è negoziabile; la sua no. Si intuisce una difficile vita pregressa, di gigante “punzecchiato” che ha dovuto imparare a difendersi senza farsi – più che fare – male.


Sono stato un guerriero

Io sono stato un combattente; sono stato anche un guerriero, nel senso che c’è stato un periodo della vita in cui per delusioni prese nel sociale ho incanalato motivazioni nell’agonismo. Se volevo una rivalsa sulla società, però, lo posso dire solo adesso, allora non ero così consapevole. Avevo una determinazione feroce, una abnegazione assoluta, uno spirito di sacrificio riconosciuto da tutti, anche perché io non mi sentivo tutte queste grandi doti, tutte queste qualità: non mi sentivo più forte, più veloce, più potente degli altri. Diventi un guerriero perché ad un certo punto metti in mezzo tutto quello che hai a disposizione. Io non ho mai avuto nessun tipo di rancore nei confronti degli avversari: chi mi permetteva di fare la prestazione migliore, a quello step a quel gradino, dovevo arrivare là. Io non ho mai programmato niente; come tutti i ragazzini ho provato a tirare pugni davanti ad uno specchio, a sognare di diventare campione del mondo; perché hai visto un incontro di pugilato in televisione…

Il mito infranto

L’impatto con il full contact è legato ad una famosa sfida a Milano; c’era il campionissimo di karate che aveva portato il full contatc in Europa; Dominique Valerà, un famosissimo campione; andai a Milano, ero giovanissimo, a 17 anni, con altri amici e fummo i 4-5 italiani che non gioimmo alla sconfitta di Valerà; perché perse, a sorpresa, con un certo Flavio Galessi di Bergamo, allievo diretto di Ennio Falsoni, il presidente della Federazione italiana di Kick Boxing. E la mia storia ruota tutta intorno a quest’evento. Io e gli altri quattro amici non conoscevamo l’italiano, pensa un pò, ma conoscevamo questo grande karateka che aveva avuto il coraggio di andare in America, fare questo discorso di cambiare il nostro sport, perché Valerà era veramente un grande karateka. E noi andiamo a vedere Valerà, e lui và a perde… Per me quella è stata la prima lezione; ancora prima di aver iniziato Full Contact avevo già ricevuto una lezione……Che non c’erano nomi; capito? Tu vai a vedere il mito? Ed il mito ti delude, tra virgolette. In quel caso poi Galessi aveva vinto bene, perché l’aveva ferito, cioè aveva vinto a suon di destri, non è che…

Una vita d’artista

In quel periodo un signore mi fece fare domanda di assunzione in banca; dopo 20 giorni mi chiamarono a fare gli esami; vado e… mi assumono come ausiliario. Mi mettono “in rappresentanza”, in virtù del mio sport, nella Direzione Generale della Banca Nazionale del Lavoro, in Via Veneto, a Roma. Conoscevo personalmente il Presidente Nerio Nesi; ero in ufficio il giorno che scoppiò la bomba all’ambasciata americana; mi ricordo dello scandalo di Atlanta; andò a fuoco una stanza di Via Veneto: ci chiamò la Mondialpol che da fuori aveva visto che andava a fuoco la stanza e… ci furono 22 licenziamenti; ci siamo salvati in otto… perché io ed altri sette continuavamo sempre a fare i nostri giri tra i palazzi, girando le chiavette dei marcatori, la notte… Preferivo fare la notte, fissa, quando mi allenavo. Staccavo la mattina alle sei; facevo footing fino a Montesacro, otto chilometri e mezzo, poi mi mettevo a dormire, mi alzavo: facevo il turno dei bambini, poi mi allenavo e la sera, alle dieci, andavo a lavorare in banca; sei giorni su sette. I colleghi mi sostituivano perché la notte non la voleva fare nessuno.

Ed io la notte m’allenavo: avevo un collega che mi si metteva i bicchieretti di plastica in testa ed io con i calci ad uncino, i calci girati, glieli levavo…: tra i piani, capito? Quando facevamo i giri m’allenavo a tirà calci; facevo 500 calci; 50 calci pè piano. Giravamo le chiavette, otto-dieci minuti, poi cambiamo piano e via…Per dirti; m’allenavo così. Fui premiato insieme a Carmine Abbagnale, anche lui lavorava in Bnl, nell’88, perché avevo vinto la Coppa del Mondo ed il campionato Europeo. Il presidente Nesi mi diede una bella placca della Banca, portavo tutti i trofei che vincevo in BNL.

Metti tutto te stesso là sopra

In quegli anni, per due volte, sono salito sul ring contro Galessi; una volta perché lui ha sfidato me per il titolo dei supermassimi e una volta perché io ho sfidato lui per il titolo dei massimi. Sono stato il primo italiano a vincere due corone diverse, all’epoca. Ho vinto due volte di seguito per ko alla seconda ripresa, con Galessi, che era la Roccia di Bergamo nonché il mito. Era stato campione del mondo dilettante di full contact nel ‘79, aveva una carriera lunghissima; vado a Bergamo: 4000 persone, ed esco vincitore. Perchè io in quel momento stavo con tutti i crismi, avevo messo sul tavolo tutto quello che c’avevo e la cosa che mi portavo dentro, di quel primo incontro di full contact con Valera ; era una cosa che evidentemente aveva lasciato degli strascichi. Diventi guerriero: perché metti tutto te stesso là sopra.

Facevo Wado Ryu

Io sono un karateka; nel ‘90 ho realizzato il mio sogno di andare in Giappone; sono stato invitato da Iwao Yshioka, che era stato allenatore della Nazionale italiana e della Guardia di Finanza in Italia. Nel ‘90, tra tutti i karateka, pur essendo già campione di full contact, ho vinto un torneo di karate in Giappone. Ed ho una cintura personalizzata, ricamata in oro, ed una medaglia con una placca d’oro di 20 grammi. Ho coronato il mio sogno andando in Giappone. Facevo Wado Ryu (uno dei due maggiori stili di Karate); molto dinamico, combattevo a mani nude a piedi nudi. Quando sono entrato nel full contact, con le scarpe ed i guantoni, potevo tirare più calci, ti sentivi più esaltato a tirare, era un effetto diverso, senza riceverne conseguenze…

Vestirsi sgargianti

Oggi, tutto e subito, non c’è voglia di aspettare, non c’è voglia di studiare. Tutti stì pantaloni, stì colori…; io dico che uno che si veste sgargiante poi deve dimostrare di essere sgargiante. Non puoi solo vestirti; devi essere vistoso anche nei fatti. E quindi, nella mia Scuola, noi vestiamo tutti uguali, vestiti semplici e funzionali, ed ho creato delle regole di rispetto. È una palestra dove c’è un certo tipo di disciplina e dove io insegno Kick boxing come arte marziale; con una gerarchia, devi chiedere permesso pè uscì e pè entrà, non è che chi va e chi viene così, in maniera anarchica. Molti non vengono perché non dò fumo agli occhi io; perché poi si deve soffrì, perché il sacrificio c’è. È uno sport impegnativo, dinamico. Da quest’anno ho cominciato a fare anche il turno dei bambini, dagli 8 ai 15 anni; in mezzo c’è pure mio figlio. Io faccio un discorso da artisti marziali. Non possono essere duecento addominali, cinquanta piegamenti sulla braccia, correre, saltare la corda, avere risultati agonistici; un bambino deve avere un’evoluzione, a loro stò dando una serie di elementi dei quali si accorgeranno solo tra molti anni.

bruno2-sLa mia cosa più bella è quella più brutta

La mia cosa più bella corrisponde a quella più brutta. Io sono stato l’unico europeo ad andare in America ed unificare le due corone mondiali dei pesi massimi: 20 milioni di spettatori via cavo, quindi in mondo visione. Il mio avversario cade all’ultima ripresa e non si riprenderà più. Dopo tre interventi alla testa e due anni di coma (pausa)...se ne và. Era Jim Colombo, campione del mondo della Kick americana, un atleta emergente, più alto di me, dalle qualità non da poco. Le prime tre riprese ho subito solo; mi sembrava di stare in un incontro dilettantistico, che doveva finire subito; invece abbiamo fatto dodici riprese. Dopo quelle tre riprese la mia capacità, il mio raziocinio, la scelta di tempo, ha preso il sopravvento; lo colpivo (pausa)…troppo inesorabilmente forse, e lui ha avuto un coach che l’ha forzato ad andare avanti, ripresa dopo ripresa, non l’ha saputo nemmeno soccorrere quando è caduto in terra.

Mi portarono negli spogliatoi, non avevo neanche la forza di levarmi i guantoni perchè erano quelli con la firma dell’arbitro, con lacci sigillati, stavo su una sedia, svenuto, e gli italiani soccorrevano l’americano. Lo stato del Missouri, io parlo di Saint Louis non di un paesino, non prevedeva l’ambulanza a bordo ring, quindi gli è stato dato l’ossigeno 20 minuti, mezz’ora dopo. Mi succede qualcosa di particolare: comincio a capire che questo sport può anche fare del male. Negli anni ‘90 sò arrivato anche a prendere 35.000 dollari ad incontro, era il periodo d’oro; ho combattuto in Russia, in America, in Australia, sono stato sette anni campione del mondo. Ho detenuto contemporaneamente quattro corone diverse di Full Contact e Kick Boxing; decido che alla nascita di mio figlio smetto l’agonismo. A giugno ho fatto l’ultimo incontro. Ad agosto nasce mio figlio, a ottobre entro in Acea, su 16.000 domande con 93/100 arrivo quindicesimo al concorso…

un’altra sfida

Entro in Acea e comincia un’altra sfida; affronti con dignità anche il fatto di tornare a fare l’operaio, ubbidire a qualcuno che magari, come spessore umano, vale meno di te; ma ricopre quel ruolo, devi stare a quella regola. Adesso, dopo tredici anni, sono capo ufficio nel settore commerciale, ho imparato ad usare il computer perché il futuro è quello là, e vai avanti. Insegno con entusiasmo, ti viene voglia di insegnare e viene fuori il resto perché il lavoro paga sempre. Torna il discorso dell’artista marziale; disciplina, organizzazione, saper dire di no; perché è capitato di ragazzi venuti per essere seguiti e io gli ho detto di no; non per arroganza. Dire di no vuol dire dire di no anche durante l’incontro; non fare una cosa; anche il sacrificio estremo che può sembrare sublime è un cosa dannosa se diventa controproducente perché tu ti devi difendere da solo, perché avrai gente intorno che ti fa i complimenti quando vinci, ma se perdi è pronta a criticare; e se vinci e gli stai antipatico criticano pure quando vinci. Di me dicevano a Pomezia, tanti anni fa: “ non andare a fare Full Contact con Campiglia, perché là se menano”; oppure: “ Campiglia è uno che fa Full Contact perché non è buono a fà Karate”. Invece io facevo campionati di karate, facevo parte della nazionale di karate, non è che non c’ho titoli (con contenuta amarezza), e dire no anche sul ring non è facile perché l’eccesso di generosità, o anche di esibizionismo, ti può portare a fare cose sbagliate..

Io metto paura

tu devi ammette quando c’hai… c’hai un intoppo con le persone, quando sbagli ad approccià un discorso con una persona. Ho dovuto fare una introspezione feroce per capire che il mio aspetto porta a pensà la gente che io sia truce, capito? Io metto paura; allora mi devo predisporre nei confronti degli altri in un altro modo; poi lo stesso concetto lo esprime un faccia d’angelo, ti può insultare… Io uso un aggettivo forte però attinente nò? - perché c’ho la capacità di usare la lingua anche abbastanza bene - e vieni preso pè arrogante, quello che vuole litigà; perché c’hai lo fisique du role, t’appartiene, è quello dell’orco, e quindi devi mettere in condizione una persona di capre che non sei così. Ed è anche una forma di disponibilità…

Essere un maestro,

Tornare sui tuoi passi, anche sbagliare e mandare un messaggio e chiedere scusa ad una persona è coraggio, sì; ed il coraggio passa per la paura… Più affronti le tue paure più diventi coraggioso: ed una persona migliore; e te lo porti nella vita... Perchè è una sfida pure mandare avanti una famiglia, crescere i figli, mandare avanti una casa; è una sfida a rinunciare anche a tante tentazioni che ci stanno normalmente; ecco il discorso del maestro. Io, alla mattina alle cinque meno un quarto mi alzo per andà a lavorà; stacco alle tre e mezzo e vengo qui e faccio cinque ore di lavoro; i miei allievi non mi vedono né fammi le canne, né ubriacarmi, né menà qualcuno…

bruno3-sUna leggenda vivente

Si raccontano leggende di cose che ho fatto, non sò magari neanche vere… Eh sì, si favoleggia….. Come quella del crick.. che ho preso il crick… (con un grande, bel sorriso).

La “leggenda” dice così: Bruno stà uscendo dal parcheggio per tornare a casa; passa una macchina, si deve fermare. Scendono quattro ragazzi. Si fanno avanti con minacce e insulti, sono prossimi ad assalirlo. Bruno dice: “Aspettate!”. Apre il portabagagli della macchina, estrae il crick, l’appoggia per terra, lo spinge verso il gruppetto dicendo: “Se volete fare a botte prendete questo, perché le mani non vi basteranno”.

Ma se fosse stato vero… (con un sorriso) è pure carina! Può darsi pure che l’ho fatto (quasi con pudore) ma non mi ricordo. Fa parte di un’epoca, di un mito. Sembra quasi un aneddoto provocatorio, un modo per spaventare qualcuno, nò? Come a volte gli amici, scherzando, ti dicono in ufficio: “Ehh, noi siamo in dieci!! Che fai?”. – “Io mi metto all’angolo mio; di voi dieci dovete sceglie chi è il primo….”. E tutti si guardano intorno… - “Io so sicuro che a me mi tocca, perché sò solo.. Ma voi dovete sceglie chi è il primo” - “Eh, poi dopo però, qualcuno rimane, qualcuno ti dà una botta!!” - “Sì; ma chi è stò qualcuno?”

Scendi per primo

Sì è capitato di dovermi difendere, perché è questa vita che è fatta così. Una volta c’era un codice deontologico, un codice etico; anche tra banditi. Per cui la reazione era legata al tipo di azione che ricevevi, all’offesa, un codice d’onore. Per cui, per una donna erano sganassoni; per soldi, per gioco, erano cazzotti, poi se rubavi te sparavano. Adesso a me, mettono i brividi. Oggi la reazione non è commisurata all’azione a ciò che tu fai… e quindi per una lampeggiata, una clacsonata questo prende e ti spara. Io viaggiavo di notte, andavo in palestra di notte, quanta gente trovi? Gente ubriaca, drogata già a mezzanotte, tutti fatti; m’hanno tagliato la strada in quattro, di notte, una macchina a fari spenti; m’hanno tagliato la strada e dalla paura dai un colpo di clacson; dalla paura nò? Mi hanno aggredito; mi hanno proprio stretto, mi volevano buttare dentro un burrone. Mi sono dovuto fermare, stavo sulla strada di Campoleone, dopo il carcere di Velletri, in campagna a mezzanotte, tornavo da Colleferro, allora insegnavo a Colleferro. Sono sceso; non c’hanno manco avuto neanche il tempo di… Si interrompe - una pausa breve e intensa. “Ti trovi sbarrata la strada; suoni, ti riprendono, ti sorpassano, ti stringono, cercano di prenderti a sportellate, ti fai fermà…. Che fai? Scendi per primo; quello che puoi fare…”. (Umile, rassegnato, amaro).

bruno4-sColpi da campione

Io non ho segreti. Non è che ad un allievo, dopo dieci anni insegnerò il colpo segreto. E’ tutto basato sull’abnegazione e sul tempo; ogni pugno l’ho studiato diecimila volte; mezzo giro, un quarto di grado, qualsiasi catena cinetica l’ho metabolizzata così.. anche perché in gara l’ applicazione è essenziale. Però il campionissimo è quello che, come sono riuscito a fare io, sapeva sfoderare il calcio ad uncino al viso, ad effetto, all’ultima ripresa, quando il match era andato in un certo modo, oppure il pugno volante, quello che fa cento chili; o il pugno saltato all’ultimo momento, che riesce anche sovvertire un pronostico. Il campione è quello che fa la cosa giusta al momento giusto. Lo stesso gesto atletico lo fai a vuoto, l’hai sprecato, l’ hai buttato via.

Arrivo prima

io ancora oggi sò famoso perché arrivo prima… Io quando faccio i guanti3 con un ragazzo, io gioco; però arrivo prima.. Non tiro più forte di loro, perchè sennò sarebbe normale; te do un cazzotto io che peso cento chili ti butto pè terra....No; io arrivo prima; ed ancora calcio al viso. Io però, ormai, faccio lo sparring, non faccio più il protagonista. Non posso permettermi di fare l’agonista, non ho persone - anche agonisti - che mi mettono in condizione di tirare fuori il meglio di me, capito? … No, il ring è una cosa per poche persone


3Fare i guanti è un’espressione propria della boxe; evoca il clima epico ed umile descritto da Antonio Franchini per le palestre romane di boxe: un clima ed un ambiente d’altri tempi vissuto e rievocato da in qui anche da Bruno Campiglia


L’epoca eroica

Se penso che cos’era …. Io mi facevo spaccare una lastra di marmo di cento chili sull’addome. Però il marmo che mi facevo spaccare io non era quello con cui adesso fanno le esibizioni, quegli spessorini che se ne possono spaccare anche dieci quintali… Io usavo un blocco di marmo grande così (mostra lo spessore di un tronco): me lo mettevano in quattro sulla pancia e me lo spaccavano con la mazza da ferroviere… Io facevo 600 addominali al giorno! Sei ore di allenamento al giorno, un condizionamenti da cinese, veramente… E poi, andare con una macchina in tre, uno da Potenza, due da Roma fino a Budapest a fare la coppa del mondo, col cachè della Federazione e tornare con tre coppe del mondo; 13.000 spettatori…. Noi partivamo; andavamo. Tutte le settimana c’era nà gara. Oggi un ragazzo pè fa un regionale deve riposà una settimana, devono recuperà… (Sorride; amaro, ironico)

Affrontare

io a 15 anni a 16 anni, prendevo il karategi, facevo il vecchio nodo con la cintura, come si usava allora, prendevo il 209 a Setteville arrivavo alla Tiburtina, prendevo un altro autobus per arrivare alla stazione Termini. Da lì prendevo un altro autobus per andavo a Torre Maura dove stava la palestra di karate, la domenica, per combattere... Quando tornavo alla stazione Termini, chiamavo mia padre; se c’era da fare qualcosa con la famiglia mi autorizzava a prendere l’autobus Roma -Tivoli che costava un po’ di più ma mi portava direttamente a Setteville; sennò riprendevo l’autobus per la Tiburtina e poi quello per Setteville e tornavo a casa alla tre e mezza di pomeriggio e questo succedeva tutti i sabati e le domeniche… Via, si parte, si và….La gara? era tutta una gara… In mezzo alla settimana andavi in giro per le palestre; un po’ da cinese, per primeggiare… Però comunque andavi lì per scambià… sempre un termine di paragone, di confronto: “devi affrontà, devi affronta, nella vita si affronta”. Io nella vita, ho avuto difficoltà, anche economiche; ho avuto anche un problema economico grave: ho affrontato tutto.

bruno5-sHai perso

Se tu pensi che fare il combattente vuol dì menare più forte… (con sconforto)… invece vuol dire affrontare certe cose… La maggior parte dei ragazzi che vengono quà non lo fanno per sé stessi, ma per dire agli amici.. per pavoneggiarsi..… “Io faccio Kick Boxing… “ . Che và di moda? La Thai? “-Io faccio Muay Thai….”. Domenica ci sono stati i campionati regionali… Devi vedere gli atteggiamenti: da cinema… Dici: questi sono tutti pluricampioni, tutti… Li vedi come entrano; non ti si avvicina nessuno, nessuno ti viene a salutare. Io, ogni volta, arrivo lì in punta di piedi. Invece non c’è più l’armonia di un tempo; c’è un’aggressività di base… Non senti più un maestro che va dall’allievo e gli dice: hai perso. ‘Hai perso’ non esiste più: ‘te l’hanno rubata, non c’hanno capito gli arbitri…’

che t’avanza una corda?

con l’esperienza di oggi ti dico che un ragazzo va seguito proprio dal punto di vista morale, etico, va seguito passo passo anche dal punto di vista dell’educazione; ho preparato un prontuario con delle regole, seguito puntualmente; hai visto Simone? Ha aperto la porta, ha bussato timidamente… C’è qualcuno che entra, dice: che t’avanza una corda? Gli dico: qui non avanza niente; chiudi la porta e ricomincia. Riapre: “Scusa che possa avere una corda?”. Io non dovrei fare l’educatore; però mi tocca farlo perché a casa evidentemente non l’hanno… Però sei fuori tempo.

Stanno a chiaccherà troppo…

La gente si mena in palestra e poi pensa che fanno male solo le botte della gara… Fanno male le botte di tutti i giorni; perciò gli insegno a muovere le gambe, utilizzare gli spostamenti, per la difesa, non solo aggressività. Ci sono ragazzi che sono stati anche allievi miei, sò che adesso insegnano e dicono che i combattenti sò carne da macello… (con grande amarezza). Non l’hanno mai sentito dì dalla bocca mia; se l’ho detto l’ho usato per dire che non m’appartiene chi lo pensa; per denigrare una classe di persone, una mentalità. Per mè è un dolore; una sconfitta. - Rivolto all’istruttore dei bambini che si è affacciato - stanno a fà la corda? Stanno anche a chiaccherà troppo… (burberamente).

 

 

Bruno Campiglia: guerriero del ring, maestro ed artista marziale

 

Tra le molte riflessioni che la densa storia (qui riportata solo per frammenti) di Bruno Campiglia suggerisce ne ho selezionato alcune che ritengo significative per un’etnografia degli artisti marziali (l’etnografia è una descrizione “densa” di un gruppo sociale; un ritratto dal vivo dei loro modi di vita). Credo che in questa bella storia possiamo trovare un possibile schema ispiratore nella parola-chiave della trasformazione che, come vedrete, ricorrere spesso nella narrazione; una trasformazione (“evoluzione”, per Bruno), maturata nel praticare, come esito morale stesso di questo praticare. Il percorso marziale di Campiglia nasce in una palestra di karate - erano gli anni settanta- e lo porterà, da un precoce agonismo giovanile, a diventare, senza retorica né enfasi, un guerriero del ring ; un grande campione internazionale, ed oggi un vero maestro marziale. Inimitabile nello stile, come tutti i grandi maestri; fedele ai valori dell’impegno, del lavoro e dell’eccellenza marziale, dei quali resta interprete e portatore orgoglioso in un mondo disincantato, con rinnovato impegno da combattente. A ben ragione, quindi, nel mutevole scenario degli sport da combattimento contemporanei Campiglia conferma il suo nickname di “roccia” (Rock) di una kick-boxing fedele al suo spirito marziale, in un senso tutto laico e civile che Bruno dichiara con grande semplicità e chiarezza, con un anticlimax emotivo che lo rende estraneo a nostalgie ed a miti delle origini, ma critico, acuto osservatore, come sul ring, del disincanto etico e morale di oggi, accompagnato peraltro da un individualismo estremo, segnalata anche da look sempre più “sgargiante”, dai quali rifugge per trasmettere a giovani della sua scuola un diverso significato del praticare. Quello del lavoro lungo e paziente, da artigiano del sé. Un lavoro marziale che non ha più un fine pratico, utilitaristico (se non in casi estremi), ma che conserva un patrimonio cognitivo-culturale prezioso per il vivere sociale. Quel tratto guerriero costruito in lunghi ed oscuri training di palestra per emergere (sempre meno, peraltro) nel breve ed intenso spazio di un match e sempre più nella vita di ogni giorno, che ha bisogno di artisti del Sé molto più che di campioni del ring.

L’intervista ed i suoi dintorni

Vorrei proporre una lettura etnografica dell’intervista rilasciatami da Bruno Campiglia: cioè una lettura interpretativa e riflessiva (Schultz e Lavenda, 2010: 44-47), diversa sia dalla “biografia” ufficiale e spesso celebrativa, che dalla “storia di vita”, tutta vissuta e soggettiva, e più vicina invece all’ “incontro sul campo”. Cioè ad un rapporto diretto e dialettico on the field, come dicono gli antropologi. Dell’esperienza sul campo (fieldwork) quest’’intervista ha molto: a cominciare dal luogo scelto da Campiglia per rilasciarla: la sua palestra a Torvajanica, sul litorale romano ed, in particolare il ring di allenamento, dove ci siamo seduti su panche d’appoggio, con la videocamera alle nostre spalle che riprendeva l’ “incontro”, costruendo in tal modo un set singolare ed appropriato al tempo stesso. Quella cornice elettiva, quell’ “ambiente narrativo” , mi sono sembrati un dispositivo riflessivo (cit.: idem, 43) ed interpretativo (ibidem:45) inteso a produrre una comprensione del sé (quello di Campiglia, ed il mio) che passa attraverso la comprensione dell’altro e che non è affatto un processo (solo) psicologico. Non si tratta infatti di scoprire il carattere dell’altro, o la sua “personalità”, ma piuttosto la matrice sociale e culturale della sua vicenda professionale e le trasformazioni prodotte da quel determinato ambiente e da quella determinata attività (la pratica marziale, la ricerca etnografica) sulla propria soggettività.

Il sé in questione è quindi un sé pubblico “mediato culturalmente e storicamente contestualizzato” (come scrive Rabinow, in: Reflections on fieldwork in Marocco, Berkeley, CA: University of California Press, 1977:5-6). Un’occasione anche per pensare a sé stessi, alla propria esistenza ed alla propria professione (marziale ed etnografica, giacchè anche l’etnografo è coinvolto riflessivamente nell’interazione).

In questo senso, questo contributo apre un fecondo campo di indagine, finora trascurato che ho chiamato le etnografie guerriere del nostro tempo; ovvero un’antropologia del significato contemporaneo della pratica marziale.

Per quanto possa apparire ‘una cosa da specialisti’, da addetti ai lavori, la mia ambizione è di rendere questa lettura comprensibile e spero persino illuminante per tutti: anche coloro che non sanno di antropologia, né di arti marziali, ma hanno il cuore e la mente aperte a scoprirlo.

Ebbene, come si può leggere etnografica-mente la storia di un campione marziale e che cosa questa lettura apporta di nuovo e di significativo ad un lettore come ad un professionista marziale, prima ancora che ad un’antropologia della conoscenza e dell’esperienza?

Anzitutto, intanto, la scoperta che la propria storia, non è mai e del tutto narrabile da noi e (quasi) mai per noi. Fin dalle parole, i temi, i modi di narrarla, infatti, essa appare dedicata ad altri (che non è necessario conoscere) e comprende altri punti di vista, incorporati ma invisibili o quasi nella storia stessa (quello della moglie, della madre, del padre, del maestro, dell’etnografo che ascolta, degli allievi, e di altre figure sociali significative). Questi co-autori nascosti, a volte percepibili, concorrono ad una riflessiva scoperta del narratore stesso ( ed alla sua voglia di auto-conoscenza) anche imprevista. La storia che raccontiamo di noi stessi, non è quindi tutta nostra, non ci appartiene per intero: è piuttosto una storia (o un seguito di storie) costruita attraverso un immaginario, un’affabulazione, un commento, inevitabilmente sociale e collettivo. Anche dal punto di vista espressivo appare strutturata da moduli e schemi e registri narrativi diversi che la modellano, la compongono, la guidano, secondo l’intenzione del narratore e la sua esperienza di vita. Ad esempio, attraverso sapienze narrative implicite; pause, ritmi, silenzi ed espressioni, risposte e domande, anche implicite, registri retorici e drammaturgici a volte sorprendenti, la cui provenienza ereditaria è destinata a restare sconosciuta.

Infine la storia che Bruno Campiglia racconta su sé stesso è una meta-storia (cioè un racconto sulla propria storia, tra i molti possibili), leggibile in molti modi, tra i quali il più pertinente e riflessivo, da un punto di vista etnografico mi è sembrato quello mitico.

Ad uno sguardo antropologico, infatti, ciò che si coglie anzitutto in questa ricca ed articolata narrazione (che peraltro è solo una sintesi di una ben più ampia intervista raccolta) è una componente mitica molto forte ed evidente, che vorrei seguire come filo conduttore ed interpretativo dell’intera storia, con alcune necessarie considerazioni introduttive.

La prima è che, contrariamente alla concezione comune o corrente di mito e di mitico (sei un mito!; è una cosa mitica : tra ammirazione, ironia, irrealtà), per un antropologo il mito è una cosa molto seria e molto vera; che non compromette affatto lo statuto di realtà della storia stessa, ma consente di interpretarla in maniera riflessiva, come un ulteriore livello di significato, non esplicito, e tuttavia non per questo meno evidente e illuminante. La storia che un mito racconta è anzitutto un espediente narrativo per strutturare e mettere ordine nella vita individuale e sociale. Dare un senso unitario ad eventi anche distanti e eterogenei; raccordare il presente al passato e prefigurare un futuro possibile. Il mito – per un antropologo - non è una cosa del passato neanche quando parla del passato. Il presente, infatti, non è mai di minor peso ed importanza rispetto alle vicende remote convocate. In senso laico e civile, ma non per questo meno sacro, il registro mitico appare pertanto ed anzitutto una potente risorsa narrativa e cognitiva, capace di dar senso e significato ad una vita o alla vita.

Notate come la (meta)narrazione di Campiglia (una storia di sé stesso raccontata a sé stesso per il tramite dell’etnografo) appaia strutturata da numerosi miti. A partire da quello familiare e personale (l’educazione ricevuta in casa e quella in palestra, per “non prendere cattive strade”) per giungere al mito di fondazione dell’identità guerriera: l’incontro con il maestro di karate; l’epopea giovanile dell’affrontare” tutto e tutti; vita, il lavoro, lo sport, ed il mito post-moderno (il primo sintomo di una globalizzazione delle arti marziali) del Full Contact inaugurato, tuttavia, proprio dalla caduta dell’eroe culturale del nuovo sport, e quindi dalla precoce fine del mito, che, lo vedremo appresso, è però anche l’ apertura imprevista di una strada (mitica) divenuta d’un tratto praticabile, possibile. Ed ancora il mito del riscatto “sociale”; le identificazioni eroiche (the Rock, il vendicatore di Valera) elaborate per la costruzione di una identità di combattente che porterà Campiglia fino alla conquista del titolo mondiale (ed alla sua drammatica realtà).

Poi il mito civile: la sfida quotidiana; la maturità adulta guadagnata nel mondo del lavoro: dalla banca all’azienda municipale romana, una carriera civile perseguita con lo stesso impegno degli incontri guerrieri. Ed il mito della performance: dai 600 addominali, alle dimostrazioni di potenza, dal calcio da 600 kg, all’arrivare “prima”, ad essere (sempre più) presente nella situazione.

Infine, ma non per ultimo, il raccontarsi come sfida per l’auto-consapevolezza, per crescere ancora, cognitivamente. Forse per venire a capo del mito del “complesso dell’orco”: quando aspetto fisico e capacità verbale-espressiva giocano “contro” e concorrono alla costruzione stereotipata del pregiudizio fisico, da “orco” (“le fisique du role). Anche su questo riflette Campiglia nella sua lunga intervista di una vita spesa nel costruirsi e ri-costruirsi costantemente: da ultimo, nell’impegno quotidiano della sua nuova identità morale da maestro; impegnato nel far crescere vivai: cioè costruire soggettività, dare regole, motivazioni, forse la mission più difficile del del maestro, oggi.

Non manca, infine, il mito della “fine” dell’epica eroica della kick-boxing; che non è affatto nostalgia d’altri tempi, ma lucida percezione del disincanto marziale contemporaneo e, più in generale, di una sorta di eclisse (transitoria, storica, ma percepita come definitiva, senza ritorno e tuttavia senza rassegnazione) dell’impegno, della sofferenza, dell’agonismo duro e puro, e l’avvento del look come identità immaginata del guerriero di oggi. Un nuovo attore sociale alla ricerca di performances espressive più che di occasioni reali di confronto con l’altro e con il sé. Questa, in sintesi, mi sembra una delle possibili letture dell’intervista di Bruno Campiglia, che ho cercato di interpretare soprattutto in chiave culturale: un contributo nuovo -e spero proficuo- per una etnografia degli artisti marziali contemporanei.

 

 

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